Il marrone lungo le strade dei Pellegrini

Gerusalemme   Roma   Compostela: tre nomi girano in testa a quelli che vogliono partire, e sentono nel cuore il fuoco della voce di dentro. Andare, andare, andare, fino alle sorgenti della fede, abbeverarsi lungamente a quelle fonti di vita, e scoprire in fondo il senso del proprio esistere, un nulla nella violenza del mondo, un piccolo grumo immondo di peccato, nient’altro che un respiro affannoso, incontrollabile, prossimo all’ultimo spasimo di una morte senza  speranza di salvezza.

E così gli uomini del Medioevo partivano. Non c’erano comode strade, né alberghi accoglienti, né sicurezza nel viaggio, né certezza degli itinerari. Solo segni, racconti, ricordi di quelli che erano tornati, narrazioni favolose, canti e poesie.

Pellegrin che vien da Roma - e va el biròc, e va el biròc - con le scarpe rotte ai pé…” dice un’antica canzone diffusa in tutta l’Italia settentrionale. Ecco il “Romeo”, che cammina ormai quasi scalzo sulla strada del ritorno a casa, fortunato se un carrettiere accetta di farlo salire sul suo barroccio traballante, in cambio di qualche risposta sui misteri del grande mondo che pure esiste di là dalle mura del villaggio. Com’è Roma? E il Papa l’hai visto? E la tomba di Pietro? Fortunato te, che torni indietro ripulito dai peccati…

Le antiche strade romane che scavalcano l’Appennino videro nel Medioevo un andirivieni fitto e costante: genti da tutti i paesi, anche dalle lontane terre del Nord e dell’Est europeo andavano a Roma; passato in qualche valico il bastione delle Alpi, disperse in rivoli nella grande pianura del Po, affrontavano poi l’ostacolo insidioso degli Appennini. Chi veniva da Occidente scendeva per la via Francigena; gli ungari e i tedeschi avevano la loro strada, la “melior via” per Roma, che chiamavano “Teutonica” , o anche “Germanica”, o “di Alemagna”. I percorsi erano tanti, l’importante era calarsi fino alla vetusta Via Emilia, potente traversa messa dai Romani a tagliare di netto il centro nord della penisola. Di lì, si poteva scegliere e una scelta poteva essere anche l’antica Via Faentina per Firenze, che trovava nel territorio di Marradi un’area propizia al passaggio e alla sosta.

Qui, un’estesa fioritura di monasteri consentiva accoglienza, protezione e cura per chi giungeva malandato in salute; in più, pane e sale per tutti, anche d’inverno, anche negli anni in cui il raccolto del grano era stato deludente. Era la terra dell’albero del pane: il castagno.

Ed è un caso se quattro importanti varietà di marroni, tutte molto simili tra loro, fioriscono in aree geografiche che hanno avuto in comune il passaggio medievale dei pellegrini diretti a Roma?  Il marrone della Val di Susa, il marrone di Trento, il marrone del Mugello e il marrone di Viterbo non sono piuttosto stati “imparentati” in secoli ormai lontani attraverso relazioni misteriose legate alla storia spirituale del Medioevo?

Mescolare lo spirito col cibo non suoni blasfemo. Ce lo hanno  insegnato i monaci del nostro più antico monastero, quello di Santa Reparata di Marradi, i quali, riproponendo l’antica regola di Benedetto, identificarono nel lavoro, anche quello che serve a produrre cibo, una delle due salvifiche attività umane. E lavorarono, e insegnarono come lavorare per secoli, con una alacrità sorprendentemente rinnovata, a produrre sempre meglio grano, vino, marroni e castagne. Anche il più illustre abate che il monastero abbia avuto nella sua storia, quel Taddeo Adimari, fiorentino di alta cultura e committente del Maestro di Marradi, s’impegnò a mettere per iscritto ordini precisi e perentori perché non si potassero a casaccio gli alberi, e soprattutto i castagni. Non ebbe dubbi sul fatto che i castagni fossero preziosi quanto le tavole dipinte.

I segni della presenza del monastero restano a Marradi anche nel perdurare di una tradizione orgogliosamente conservata e protetta  I castagneti sopravvivono, nonostante tutto. 

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